FERENC SZALASI E LE CROCI FRECCIATE UNGHERESI

venerdì 24 giugno 2016

Vita di Szalasi e del movimento delle 
croci frecciate ungheresi


Ferenc Szálasi nacque il 6 gennaio 1897 a Kassa (oggi Kosice, in Slovacchia) da una famiglia in cui si intrecciavano radici ungheresi, slovacche, rutene, armene e tedesche. Dal padre, ufficiale dell’imperial-regio esercito, gli derivò la vocazione militare; dalla madre, cattolica di rito bizantino, ereditò il fervore religioso. Durante la Grande Guerra aveva combattuto tre anni al fronte come ufficiale e dopo la fine del conflitto era rimasto in servizio, perché intendeva intraprendere la carriera militare come suo padre e i suoi fratelli. Entrato all’accademia, aveva compiuto una serie di ricerche attinenti ai rapporti del mondo del lavoro con la difesa militare. Chiamato nel ‘25 a prestare servizio presso lo Stato Maggiore dell’esercito, cinque anni più tardi aveva effettuato un viaggio di studio in Francia. Nel ‘33 aveva pubblicato il suo primo libro, “A magyar állam felépítésének terve” (Il piano di edificazione dello Stato ungherese), dal quale emerge una decisa rottura con le posizioni conservatrici presenti nei movimenti fascisti e nazionalsocialisti. Erano quindi seguite altre pubblicazioni, una delle quali, “Le basi principali del disarmo”, era stata tradotta in Germania da una casa editrice specializzata in questioni militari.
Vi sono alcuni episodi che possono servire a dare un’idea della mentalità e del carattere del giovane ufficiale. In occasione di un disordine scoppiato a Budapest a causa della miseria in cui versava la popolazione, Ferenc Szálasi, che era preposto al servizio di vigilanza, ricevette dal ministro degli Interni l’ordine di sparare sulla folla dei manifestanti. Egli però rifiutò di obbedire, dichiarando che quegli operai erano suoi fratelli.
Nel corso di un viaggio attraverso l’Ungheria, che aveva intrapreso in qualità di membro dello Stato Maggiore, Szálasi visitò un villaggio minerario. Siccome i minatori gli spiegarono che il loro salario oscillava tra i 90 e i 120 pengo mensili, Szálasi chiese conferma di ciò all’ingegnere della miniera; quest’ultimo disse che era vero, aggiungendo che lui stesso non guadagnava più di 5.000 pengo al mese. Allora Szálasi gli domandò se non temeva che i minatori, un giorno o l’altro, anziché spaccare il carbone gli spaccassero la testa.
Il primo ministro Gyula Gömbös, che «non apprezzava troppo i suoi colleghi militari che si abbandonavano a speculazioni intellettuali e progettavano grandi cambiamenti sociali e costituzionali» , relegò Szálasi in una guarnigione di periferia. Ma siccome tale provvedimento ottenne solo lo scopo di agevolare le riflessioni di Szálasi e la sua attività pubblicistica, Gömbös fece un nuovo tentativo: convocato il giovane ufficiale nel proprio gabinetto, gli disse che per l’Ungheria, uscita a pezzi dalla guerra, l’unica politica possibile consisteva nella tutela degli interessi dei magnati e della finanza e gli offrì, per le elezioni del ‘35, un seggio di deputato alla Camera. Szálasi non solo rifiutò sdegnato l’offerta, ma formulò il proposito di lottare fino alla distruzione del regime oligarchico.
Congedatosi dall’esercito, nel marzo del ‘35 Szálasi fonda il Partito della Volontà Nazionale (Nemzet Akaratának Pártja), il cui programma nazionale e socialista si trova esposto nel libro “Cél és követelések” (Meta e rivendicazioni). Mentre i movimenti nazionalsocialisti, fascisti e nazionalisti trovano seguito soprattutto nel ceto contadino, Szálasi rivolge un’attenzione particolare alla classe operaia, tanto che riuscirà ad espugnare le tradizionali roccheforti del Partito Socialdemocratico. «Prendeva forma così un ‘fascismo di sinistra’ potente e originale (avente numerosi punti in comune con la Guardia di Ferro); ‘fascismo di sinistra’ la cui sola esistenza contraddice in maniera decisiva la maggior parte delle definizioni classiche (specialmente marxiste) del fenomeno fascista». In effetti, di fronte al fenomeno del «fascismo ungherese» la storiografia postbellica ha manifestato un significativo senso di disorientamento, tant’è vero che anche autori marxisti hanno dovuto riconoscere che «in Ungheria (…) il carattere e l’egemonia della reazione tradizionale hanno sempre dominato in tutta la struttura politica, escluso il periodo di Szálasi».
Il partito fondato da Szálasi diventa dunque la principale forza politica d’opposizione: sono le Camicie Verdi a portare il popolo nelle piazze, a controllare i sindacati operai e ad organizzare gli scioperi. La sinistra perde ogni credibilità politica ed è praticamente abbandonata dalle masse operaie e contadine, che passano con le Camicie Verdi: se alle elezioni parziali del 1936 il Partito della Volontà Nazionale ottiene un migliaio di voti su 12.000, nel ‘37 i militanti del nuovo movimento arrivano a ventimila.

Impressionato dal dinamismo di questa formazione politica, nell’aprile ‘37 il governo Darányi decreta lo scioglimento del Partito della Volontà Nazionale, mentre Szálasi viene condannato a tre mesi di reclusione per avere svolto propaganda antisemita. Qualche mese dopo, però, le Camicie Verdi danno vita al Partito Nazionale Socialista (Nemzeti Szocialista Párt), che in breve tempo giunge a contare centomila iscritti. Alla fine dell’anno, il nuovo partito lancia la campagna “Szálasi ‘38″: che il ‘38 debba vedere il capo nazionalsocialista al governo, appare abbastanza probabile, e non solo perché il suo più stretto collaboratore, Kálmán Hubay, ha battuto il candidato governativo in una elezione parziale, ma soprattutto per il vastissimo consenso di cui godono le Camicie Verdi in tutto il paese e presso tutte le categorie sociali.

Il Reggente Horthy, allarmato sia dal successo nazionalsocialista sia dagli sviluppi della politica europea (in seguito all’Anschluss, l’Ungheria ha il Terzo Reich sul confine occidentale), ritiene che sia il momento di reagire. Licenzia Darányi e affida a Béla Imrédy (allora in fama di anglofilia) l’incarico di formare un governo, che abbia come compito prioritario la repressione del movimento nazionalsocialista. II nuovo primo ministro emette immediatamente un decreto, il n° 3.400, che vieta ai dipendenti statali l’iscrizione ai partiti politici; la norma intende colpire il Partito Nazionale Socialista, che ha moltissimi militanti nell’amministrazione pubblica e nell’esercito. Poco dopo, la polizia segreta diffonde dei volantini che inneggiano a Szálasi e insultano Horthy (“Rebecca, fuori dal Castello!”); il capo nazionalsocialista è arrestato, processato e condannato a tre anni di carcere per aver diffuso «letteratura sovversiva». Seguono alcune dimostrazioni di protesta, alle quali il governo risponde mettendo al bando il Partito Nazionale Socialista. Kálmán Hubay lo ricostituisce sotto il nome di Partito Ungarista (Hungarista Párt); il nuovo primo ministro, il conte Teleki, scioglie anche questo, ma Hubay fa nascere il Partito della Croce Frecciata (Nyilas Keresztes Párt). Tra provvedimenti repressivi di vario genere (censure, sequestri, confische, perquisizioni, arresti) si arriva al maggio 1939. Alle elezioni per il rinnovo del Parlamento, il partito croce-frecciato sfonda a destra e a sinistra , diventando il secondo partito del paese: su due milioni di voti ne ottiene 750.000, anche se dei 259 seggi gliene vengono attribuiti solo 31. Il numero degli iscritti al partito raddoppia e tocca le duecentomila unità, nonostante le intimidazioni governative e i massicci arresti di militanti.
«Il gruppo dei deputati crocefrecciati -scrive Mariano Ambri- rappresentò la prima vera opposizione nell’Ungheria di Horthy; una opposizione molto agguerrita che non perdeva alcuna occasione di criticare non solo le singole misure del governo, ma lo stesso regime ‘conservatore ed antipopolare’ in nome di ciò che era stato battezzato ‘ungaro-socialismo’». In realtà, il termine esatto è «ungarismo» ed è stato coniato da Ottokár Prohászka, il battagliero «vescovo dei poveri» che Szálasi ha sempre considerato come un suo precursore. Contro le posizioni materialiste ispirate alla difesa di interessi di classe, l’ungarismo propugna un socialismo di tipo comunitario nutrito di valori spirituali. Lo Stato ungarista preconizzato da Szálasi dovrà poggiare su tre pilastri: il contadinato, il ceto operaio, l’intellettualità ; l’esercito avrà il compito di edificare la Grande Patria e difenderla contro i pericoli esterni ed interni. L’economia verrà programmata dal Consiglio Generale delle Corporazioni, la produzione agricola verrà affidata a contadini riuniti in cooperative, la banca sarà nazionalizzata. Alle concezioni scioviniste del nazionalismo ungherese «classico», l’ungarismo contrappone un «co-nazionalismo» di tipo imperiale, cioè l’idea sovranazionale di una Grande Patria in cui possano convivere tutte le «stirpi sorelle» dell’area danubiano-carpatica. Nel ‘40, dopo che un arbitrato italo-tedesco avrà tolto alla Romania metà della Transilvania per assegnarla all’Ungheria, Szálasi si recherà tra i suoi sostenitori a Cluj (Kolozsvár), ma ne fermerà gli applausi chiedendo un minuto di raccoglimento in memoria di Corneliu Codreanu, «con il quale, se fosse stato ancora in vita, avrebbe trovato forse altre basi per risolvere il problema».

Tuttavia, durante il periodo della carcerazione di Szálasi, nel partito crocefrecciato si verificano contrasti tra la «destra» e la «sinistra». Tra le manifestazioni che hanno luogo in favore della sua scarcerazione, riveste un particolare interesse politico quella dell’agosto del ‘39, che reclama l’abrogazione della legge applicata contro Szálasi e altri oppositori, nazionalsocialisti e comunisti; nel corso di tale manifestazione, accanto ai ritratti di Szálasi compaiono quelli di Hitler e di Stalin, perché con la firma del Patto di non aggressione russo-tedesco si profila un «fronte comune di Stati proletari contro le plutocrazie».
«Al fine di controbilanciare l’influenza dei sinistri» , Hubay manovra per fondere il Partito della Croce Frecciata con altri partiti dell’estrema destra. Nell’operazione s’inserisce l’ex-primo ministro Imrédy, il quale, venutosi a trovare isolato nel partito governativo in seguito al rafforzamento di Teleki, ha fondato con altri ventisei deputati il Partito del Rinnovamento Ungherese (Magyar Megújulás Pártja), che si dichiara fascista e filo-tedesco. Hubay e Imrédy intendono dunque dar vita a una vasta coalizione governativa attestata su posizioni di estrema destra. Intanto gli elementi più radicali progettano un’azione rivoluzionaria. Scrive il Reggente nelle sue “Memorie” che i loro obiettivi erano di «liberare con la forza il Capo del partito, Ferenc Szálasi, il quale era, in quel tempo, ancora in carcere, assassinare il Ministro dell’Interno Keresztes-Fischer e costringere me ad affidare a Szálasi il potere dello Stato». Il piano però viene scoperto e sedici dei ventitre imputati sono condannati, per alto tradimento, all’ergastolo e a pene detentive.

Nel settembre del 1940, quando viene scarcerato, Szálasi si oppone decisamente al disegno di Hubay di realizzare ulteriori aggregazioni a destra e ribadisce l’orientamento nazionale e socialista dell’ungarismo indicendo, per il mese successivo, uno sciopero di quarantamila minatori: «la più potente azione proletaria ungherese, dalle origini della classe operaia in quel paese». Il Reggente propone a Teleki di scatenare una repressione su vasta scala contro le Croci Frecciate e di rimettere in carcere Szálasi; ma il primo ministro preferisce ricorrere a una soluzione giuridica ed elabora un progetto di riforma dello Stato che, «per mezzo di complicate astuzie, elimina i liberali, i socialdemocratici e le Croci Frecciate». Più che non dai disegni di Teleki, il declino delle fortune crocefrecciate è determinato dalle misure anti-ebraiche del governo e dall’adesione della Ungheria al Patto Tripartito: «molti appartenenti alle classi medie avevano già abbandonato il partito ritenendo che esso si fosse spinto troppo oltre nelle sue rivendicazioni sociali e che la politica estera ed antisemita del governo fosse abbastanza soddisfacente». Quanto al Reich, esso è preoccupato soprattutto della stabilità politica nel Südostraum, sicché riduce sensibilmente il suo appoggio all’opposizione nazionalsocialista ungherese e rafforza in tal modo il regime hortysta.

Il Reggente ed il suo entourage però, manovrano fin dall’inizio per preparare il tradimento. Già alla fine del ‘40 essi pensano di mandare in Occidente un loro uomo, che fondi un Comitato Ungherese all’estero e predisponga il terreno per il trasferimento di Horthy a Londra e la formazione di un governo in esilio, Per quanto riguarda le attività belliche, l’Ungheria intensifica il proprio disimpegno, «ritirando le sue truppe dal fronte russo, non abbattendo gli aerei nemici che sorvolavano il suo territorio, dando addirittura asilo a prigionieri inglesi ed americani fuggiti dai campi di concentramento tedeschi». Alla metà del marzo ‘44 le truppe tedesche assumono il controllo del paese danubiano e Horthy deve nominare primo ministro l’ambasciatore ungherese a Berlino, Döme Sztójay, il quale riprende la partecipazione alle operazioni militari. Il 24 agosto, approfittando della capitolazione romena e contando sulla passività tedesca, il Reggente destituisce Sztójay e lo rimpiazza con un militare di sua fiducia; poi, il 15 ottobre, legge il suo proclama di resa. Stavolta però i tedeschi reagiscono, entrando nel Castello di Buda e deportando il Reggente in Germania.

È l’ora delle Croci Frecciate. Le Camicie Verdi insorgono, occupano i centri nevralgici del paese e in un proclama radiofonico dichiarano che «l’Ungheria continua la lotta al fianco dei fratelli d’arme tedeschi». Il capo crocefecciato forma un governo di coalizione che comprende civili e militari, nazional- socialisti, fascisti e anche un comunista di tendenze nazional-bolsceviche, Ferenc Kassai-Schallmayer.
Il movimento crocefrecciato «si gonfiò di un’ultima grande ondata di popolarità, questa volta quasi esclusivamente tra le classi popolari, e tra gli operai di Budapest in particolare»; era diffusa la convinzione che «finalmente la rivoluzione sociale che, per venticinque anni, era stata bloccata dalle forze conservatrici fosse ormai a portata di mano». È in questa ondata di entusiasmo che s’inquadra l’irruzione popolare nel quartiere ebraico e il tentativo di espellerne definitivamente gli abitanti, tentativo che incontra l’opposizione della Guida della Nazione. «Un aspetto tragicomico della faccenda -scrive lo storico ebreo Nagy-Talavera- fu che gli ebrei, allorché appresero che per ordine di Szálasi essi potevano tornare alle loro case, applaudirono gridando ‘viva Szálasi!’». Come lo stesso Nagy-Talavera è costretto ad ammettere, Szálasi «non intendeva sterminio» quando parlava di soluzione del problema ebraico. «Nel piano d’azione da lui elaborato nel settembre ‘44, -scrive uno storico inglese- egli stabilì che gli ebrei dovevano essere impiegati nei lavori pubblici all’interno della Ungheria fino al termine della guerra, e che poi sarebbero dovuti emigrare dal paese». Ma neanche i Tedeschi dovevano nutrire una seria intenzione di sterminare gli ebrei d’Ungheria, se è vero, come riconosce ancora Nagy-Talavera, che essi avviavano verso le fabbriche «solo gli ebrei in grado di lavorare, e non i vecchi, i malati e i bambini».

Il 3 novembre, mentre il nuovo governo riceve la fiducia del Parlamento e Ferenc Szálasi, divenuto Guida della Nazione (Nemzetvezetö), presta giuramento davanti alla Corona di Santo Stefano, le truppe sovietico-romene arrivano alla periferia di Budapest. Ungheresi e Tedeschi cominciano una resistenza accanita, veramente eroica, che durerà più di tre mesi. «Per le forze dell’Asse, -è stato
detto giustamente- la difesa ad oltranza di Budapest rappresentò quel che l’insurrezione di Varsavia era stata per la Resistenza antifascista: il momento più magico e più alto della volontà di lotta e dello spirito di sacrificio di una Nazione in armi, un’epopea di lotta popolare animata da un coraggio fanatico e disperato». Kitartás! (Perseveranza!) non fu per le Croci Frecciate una parola d’ordine puramente formale.

l 4 dicembre ha luogo un colloquio tra Szálasi e Hitler nel corso del quale il Führer assicura che i profughi ungheresi troveranno asilo nel territorio del Reich. In ogni caso, l’incontro dimostra ancora una volta che «Szálasi non fu in alcun modo un fantoccio dei tedeschi». Sei giorni dopo, i ministri del governo magiaro lasciano Budapest e si trasferiscono a Szonbathely e a Sopron, vicino alla frontiera del Reich. A Sopron si tengono anche le sedute del Parlamento, che nei primi giorni di dicembre discute il Piano di Ricostruzione Nazionale: l’Ungheria sarebbe diventata, a partire dal 1 marzo 1945, uno Stato Ungarista Corporativo.


Intanto gli eventi continuano a precipitare. Il 18 gennaio, le truppe russe e romene entrano a Pest, mentre i difensori della capitale fanno saltare i ponti sul Danubio e si ritirano a Buda. Il 13 febbraio ‘45 le truppe sovietiche hanno il controllo di Budapest; ma anche dopo la caduta della capitale, anche dopo la totale occupazione del paese, gli Ungheresi continuano a combattere. Il governo ungherese si stabilisce a Vienna, mentre gli ultimi reparti aerei, i resti della Honvéd, delle divisioni ungariste e Waffen SS proseguono le operazioni militari e le milizie crocefrecciate compiono atti di guerriglia sul territorio occupato. Il 4 aprile, comunque, l’Ungheria è totalmente occupata.

Alla fine dell’aprile ‘45, una settimana prima di cadere in mano agli Occidentali, il Nemzetvezetö celebra le proprie nozze con Gizella Lutz nella cittadina austriaca di Mattsee. Si erano fidanzati nel ‘27, ma non si erano mai sposati: «I miei figli -diceva Szálasi- sarebbero i figli o di un eroe o di un condannato a morte».

Il 5 maggio Szálasi è arrestato dagli americani, che lo portano ad Augsburg. Di lì, il 18 settembre viene trasferito in un campo di concentramento a sud di Salisburgo, il Marcus Camp. Il 3 ottobre viene imbarcato su un Douglas dell’esercito Statunitense insieme con una decina di uomini politici ungheresi: Béla Imrédy, László Bárdossy, Lajos Reményi-Schneller, Vilmos Hellenbronth, Erno Gömbös, Andor Jaross, Jenö Szöllösi, László Endre, Antal Kunder, Ferenc Kassai-Schallmayer.

Il generale William S. Key, membro statunitense della Commissione Alleata di Controllo, rilasciò la seguente dichiarazione: «Oggi abbiamo consegnato l’ex-presidente del consiglio ungherese Ferenc Szálasi e dieci suoi camerati al governo ungherese, affinché vengano sottoposti a processo come criminali di guerra. Altri 456 criminali di guerra ungheresi, la cui estradizione è stata richiesta dal governo ungherese, saranno consegnati quando le possibilità di trasportarli lo consentiranno». Il «governo ungherese» era quello provvisorio presieduto dal generale fellone Béla Miklós; nel mese successivo, il 15 novembre ‘45, si formerà il primo governo di coalizione dei partiti democratici, presieduto dal pastore riformato Zoltán Tildy (Partito dei Piccoli Proprietari).
Quei primi undici «criminali di guerra» furono portati al n. 60 della via Andrássy, nello stesso edificio che precedentemente era stato la Casa della Fedeltà, sede centrale del Partito Crocefrecciato. Nel sotterraneo vennero ricavate delle celle, dove i prigionieri furono rinchiusi sotto stretta vigilanza.

La farsa processuale contro Ferenc Szálasi e un primo gruppo di imputati (Gábor Vajna, Jeno Szöllösi, Sándor Csia, Jozsef Gera, Gábor Kemény, Karoly Beregfy) cominciò il 5 febbraio ‘46. La «corte», presieduta dal dr. Peter Jankó (ebreo), era composta dai rappresentanti dei partiti collaborazionisti. La funzione di «pubblico ministero» era svolta dal dr. László Frank (ebreo). Szálasi sarà impiccato il 12 marzo nel cortile del carcere di via Markó. Lo precederanno sul patibolo, quello stesso giorno, Gera, Beregfy e Vajna. Il 19 marzo toccherà a Kemeny, Csia e Szöllösi.

Così un giornalista ebreo, inviato speciale di un giornale francese, descrisse la morte del Nemzetvezetö: «Ecco Ferenc Szálasi, il Capo delle Croci Frecciate. Mentre io tremo in tutto il corpo, Szálasi non dà un segno di paura né di nervosismo. Ci separano circa un paio di metri, sicché posso osservare la sua fisionomia. Nessun tremito, nessuna contrazione. Vorrei conoscere i pensieri di quest’uomo a pochi secondi dall’esecuzione. Ho incrociato il suo sguardo per un breve istante, il suo ultimo sguardo. Penso e sento che non pensa niente e non sente niente. È di granito! Uomo diventato granito. E resta di granito mentre passa davanti ai cadaveri dei suoi ministri. Avanza con passo sicuro e regolare verso la morte. Ha un unico gesto: si protende verso la croce che un giovane prete gli pone. Muore senza che un solo muscolo trasalga, senza che nei suoi occhi si veda la paura, senza che lo sguardo gli tremi. La camicia verde, simbolo del Movimento Ungarista, gli viene lacerata dal boia sul petto, dove una medaglia si muoveva ancora pochi istanti prima. Sono le 15, 30 …».

Claudio Mutti